DA CORTE BUSCOLDINA
AI MONTI URALI


La storia di Luciano
partito per la Russia
e mai più ritornato
Dedico questo elaborato a nonno Roberto
per aver invano atteso per tutta la vita
notizie del fratello
e a mia mamma Clementina
che ricorda ancora
quello zio buono e premuroso
che regalava a lei e alle sorelle
bambole e dolci.
Porto il suo nome a ricordo.

Luciano Arduini




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della SECONDA
GUERRA
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filo spinato
Nato Il 20/03/1910 ad Ospitaletto Mantovano, frazione del Comune di Castellucchio (Mantova), Carnevali Luciano Mario il più giovane di tre fratelli, rimane orfano di madre durante la prima guerra mondiale, con il papà Alessandro al fronte, al quale non viene concessa la licenza per poter presenziare al funerale della moglie. La vita per i tre bambini (una sorella maggiore ed un fratello) si fa molto dura , vengono divisi e affidati a famiglie diverse di contadini del luogo che li avviano al lavoro nonostante la tenera età. Non c’è tempo di frequentare la scuola ma comunque alla fine del conflitto la famiglia si riunisce e dopo numerosi cambi di residenza fra i comuni di Marcaria (1916) ancora Castellucchio (1920), la famiglia Carnevali approda nel comune di Curtatone nel 1929 in provenienza dal comune di Borgoforte.Nel frattempo la sorella Margherita si sposa e si traferisce a Mantova mentre il fratello Roberto, pure sposatosi con Palmira, rimane in famiglia con il padre Alessandro ed il fratello celibe, Luciano. La mansione, molto pesante, è quella di accudire il bestiame nelle stalle, intervallato dal lavoro nei campi. I cambiamenti di residenza avvenuti negli anni successivi, 1931, 1932 e 1936, sempre però nell’ambito del Comune di Curtatone e precisamente sempre nei pressi di Buscoldo, via Santa, Strada Buscoldina e strada Buscoldo Sud, testimoniano un tenore di vita certamente non ottimale con continui cambiamenti di datori di lavoro, effettuati sempre, come usava a quei tempi, il giorno di S.Martino cioè l’undici di Novembre.
Chiamato alla visita di leva nel 1930, come risulta dalla lista del Comune di Curtatone, conservata nell’archivio storico di Mantova, Luciano viene riformato per ben due anni consecutivi con ricovero anche presso l’ospedale militare di Verona per deperimento organico. Da detta lista, Luciano risulta ancora analfabeta. Presta comunque il servizio militare dal marzo 1933 all’agosto 1934 nel 9° Artiglieria di Campagna ed in tale periodo impara a leggere e a scrivere.
Dopo aver assolto gli obblighi militari, la vita finalmente sembra ritornare normale e Luciano, durante il lavoro nei campi, dimostra una spiccata attitudine per i primi trattori che cominciano a diffondersi, con particolare perizia nel condurli.
Purtroppo in Europa si addensano nubi oscure e con la guerra ormai imminente, Luciano viene richiamato nell’agosto del 39 per un periodo di istruzione ed aggregato al 20° Reg.to Artiglieria Autotrasportabile “Piave” in seguito confluito nel 120° Reg.to Artiglieria Motorizzato. Trascorre tutto il 1940 e 41 fra periodi di istruzione, licenze straordinarie e mobilitazioni fino al febbraio 1942, quando il giorno 8 viene inviato, assieme a tutto il suo reggimento in Russia. In realtà la tradotta parte dalla stazione di Padova alle ore 0.30 del giorno 9 come da testimonianze dei pochissimi sopravvissuti.
Durante l’ultima licenza avvisa che per un lungo periodo non sarebbe più tornato, saluta tutti gli amici del paese (i pochi rimasti), la Signora Norina, responsabile dell’ufficio postale, i datori di lavoro della corte Buscoldina dove lavora e risiede, signori Monici, la famiglia Paletta abitante in una cascina vicina e chissà forse anche una fidanzata. Il giorno della partenza, ricorda mia madre, ultima persona vivente ad averlo conosciuto, Luciano è molto triste conscio che le probabilità di far ritorno a casa sono veramente esigue. Parte a piedi, durante una nevicata, per recarsi a Montanara (distante circa 6 km) per prendere il tram diretto a Mantova per il proseguimento in treno fino a Padova sede del Reggimento.
Per Luciano e la sua famiglia inizia il calvario, dopo pochi mesi dalla partenza non si hanno più notizie, non arriva posta e la guerra continua con i suoi tragici sviluppi. Il viaggio da Padova dura 6 giorni, sul convoglio sono trasportate tutte le attrezzature necessarie al reggimento come automezzi pesanti e cannoni, il morale è nonostante tutto, abbastanza alto. Dopo aver attraversato Ungheria e Romania il reggimento raggiunge la stazione di Jasi, non distante da Odessa, da dove il reparto prosegue con i propri mezzi per raggiungere la linea del fronte situato in quel periodo a Nikitino-Orlowi-Ivanovka-Ivanowski.
Luciano, conducente di autocarro, come risulta dalla copia del foglio matricolare, conservato nell’archivio storico di Verona, partecipa a tutte le operazioni belliche compiute dal proprio reggimento che nel frattempo viene inquadrato nella III Divisione Celere, in particolare il 120° si distingue nella famosa battaglia di Serafimovich avvenuta il 30 e 31 luglio 1942 dove vengono debellati ben 39 carri armati russi. La linea del fiume Don è raggiunta il 22 agosto 1942 in quella che è definita la battaglia di arresto sul Don, sulle alture di Jagodovij, importante centro minerario, dove rifulge ancora il valore degli artiglieri del 120°. Naturalmente le difficili condizioni ambientali, lo scarso equipaggiamento, le continue perdite di mezzi e uomini minano nel morale sia Luciano che tutti i suoi commilitoni ma il peggio deve ancora arrivare. L’inverno che si sta approssimando sarà fatale, non solo per Luciano, ma per tutto il contingente Italiano operante in Russia.In dicembre i Russi attaccano in forze e riescono ad infiltrarsi in più punti, alle spalle dello schieramento italiano.L’attacco sovietico è sferrato in maniera rapida e travolgente: basti pensare che solo tre giorni dopo l’attraversamento del Don, l’Armata Rossa occupa la zona di Millerovo, a cento chilometri a sud del fronte.
Il 19 dicembre si sta per completare l’accerchiamento e la notte del 20 il Corpo d’Armata italiano riceve l’ordine di ripiegare. Inizia un drammatico inseguimento sotto l’incalzare continuo del nemico durante il quale il 120° perde tutti i mezzi motorizzati, anche per l’esaurimento del carburante, e tutti i pezzi d’artiglieria pesante, ciò che resta del 120° Regg. Artiglieria ha, ora, un inquadramento ed un armamento da fanteria povera.
I resti del 120° assieme al 3° e 6° bersaglieri, confluiscono di fatto, pochi giorni prima di Natale 1943, nella cosiddetta “colonna Carloni” agli ordini del colonnello Mario Carloni.
Luciano riesce ad inviare il 19 gennaio 1943, da Korsuni, alla sorella Margherita una cartolina postale, parzialmente censurata, nella quale dichiara di stare bene e che la posta ha ricominciato finalmente a circolare, sperando che possa cessare il “continuo cammino e trasloco di movimento” e che pensa alla sorella giorno e notte.
Il 13 febbraio Luciano invia un’altra cartolina postale, da Novo Moskowska, alla famiglia a corte Buscoldina, dichiarando di essere molto dispiaciuto di non aver notizie da casa, di sperare che Dio gli faccia la grazia di tornare sano e salvo a casa, invia saluti e baci alle bambine (le 3 nipotine figlie del fratello Roberto), una delle quali poi sarebbe diventata mia madre, di salutare i Monici e tutti “quelli che chiedono di lui”. Luciano quindi comincia a sperare e ad accarezzare l’idea di poter tornare a casa, ormai è quasi un mese che non avvengono scontri con il nemico e la salvezza sembra ormai possibile. Ma purtroppo nello stesso giorno, viene presa la nefasta decisione dal comando tedesco di Dnepropetrovsk, di far retrocedere la "Colonna" fino alla città di Pawlograd, importante nodo stradale e strategico posto alla confluenza del fiume Samara col Voleja per contrastare l’avanzata russa e permettere la copertura dei reparti in ritirata. Sono rimasti il solo ed unico gruppo di soldati italiani impiegato in azioni di guerra sul fronte russo, ma questo “onore” non è sufficiente a risollevare il morale. Si tratta di difendere una città di 80.000 abitanti, a 20° gradi sottozero, con 2000 soldati italiani ormai stremati, malnutriti e senza armamento adeguato contro un battaglione russo forte di 20.000 unità, ben equipaggiati ed armati, muniti di numerosissimi mezzi corazzati.
All’alba del 17 febbraio 1943 i russi sferrano l’attacco, il 120° si sacrifica quasi totalmente con combattimenti strada per strada, casa per casa, del II gruppo si salvano in pochissimi e la VI batteria, quella di Luciano, è completamente annientata, non si salva nessuno tutti morti o dispersi, di oltre cento fra sottufficiali e soldati non si sa più nulla.
“Vediamo fumo e fiamme levarsi dal caposaldo della VI batteria……….. mi corre incontro D’Aquino mi dice concitato che il carro inviato al caposaldo della VI batteria ha trovato solo caduti e feriti. Il Capitano Alari è morto, degli altri ufficiali e di oltre cento tra sottoufficiali e soldati non si sa nulla”
(G. Papuli – Il labirinto di ghiaccio Echi della ritirata di Russia Ed. Thirus 1991).

L’operazione Pawlograd è tatticamente riuscita, sono stati sacrificati oltre 600 uomini per guadagnare 3 giorni.
Quel che rimane della “colonna Carloni” riceve gli elogi del generale tedesco Meinhold, il giorno 22 febbraio quel che resta della “Colonna Carloni” viene lasciata in libertà dal comando tedesco e i superstiti del 120° rientrano in Italia il 28 marzo. Il giorno 18 maggio 1943 è redatto, presso il comando del 120° Reg.to Artiglieria Motorizzato, in Padova il verbale di irreperibilità, previsto dalla legge dopo 3 mesi dalla scomparsa del soldato che non viene riconosciuto tra i militari dei quali è legalmente accertata la morte o la prigionia, dopo il combattimento avvenuto il 17 febbraio 1943 in Russia a Pawlograd. Dunque Luciano è ufficialmente disperso, viene avvisata la famiglia così come tutte le altre decine di migliaia di famiglie i cui congiunti subiscono, in quel periodo la stessa sorte. La cattura da parte del nemico poteva rappresentare per il soldato l’unica via di salvezza di fronte agli attacchi travolgenti delle truppe sovietiche e alla loro netta superiorità, la fine di tanta tensione e della costante paura di finire sotto i colpi del nemico.
Certamente anche Luciano avrà pensato questo in quel fatidico 17 febbraio, quasi un’ancora di salvezza, finalmente avrebbe forse potuto mangiare regolarmente e stare più al caldo, invece purtroppo era l’inizio di una vera e propria tragedia. Certamente i vinti non immaginano ciò che li aspetta: la cattura è infatti per i sovietici il momento in cui trovano sfogo l’odio e l’esasperazione accumulati, specialmente se nel corso della battaglia hanno avuto molte perdite. Al momento dell’arresto Luciano assieme ad alcuni suoi compagni, viene perquisito, è spaventatissimo, il frastuono della battaglia è ancora assordante e minaccioso. I soldati russi gettano via medagliette, denaro, fotografie, lettere ed immagini sacre, tengono per loro orologi, penne stilografiche, piastrine di riconoscimento che si appendono al collo come ornamento, sono molto interessati agli specchietti tascabili in dotazione agli italiani. Un soldato italiano ferito a morte giacente a terra dietro ai suoi compagni tremanti ed ammutoliti viene freddato da un colpo di pistola sparato a bruciapelo. I superstiti vengono condotti ed ammassati in un piccolo magazzino di cereali, rinchiusi stretti come sardine, qualcuno muore soffocato. Luciano si trova, il giorno dopo inserito in una colonna di prigionieri da spostare, nel più breve tempo possibile, dalla zona delle operazioni verso l’interno. Dopo aver accarezzato l’idea di poter tornare a casa, si trova ora in uno stato di profonda prostrazione e disperazione ormai è convinto che ben difficilmente rivedrà la “sua campagna Buscoldese”. E’ costretto, assieme a moltissimi compagni di sventura, a intraprendere una marcia forzata per raggiungere una stazione ferroviaria, duramente provato e già in stato iniziale di congelamento agli arti inferiori, si ritrova a percorrere la stessa strada della ritirata, ma questa volta verso nord-est. Questa marcia detta del davaj (la parola “avanti” viene urlata ai prigionieri dai soldati della scorta), si protrae per circa 20 giorni e si effettua sotto la bufera e con sofferenze di ogni genere.
Lungo il percorso, quanti cadono estenuati dalla fatica vengono finiti a colpi di mitra. Senza vitto sufficiente, una zuppa di bucce di patate ed una di grano, niente pane, saltuariamente non tutti i giorni, a meno 30 gradi, buttati di notte in capannoni diroccati, scuole o pagliai, ma più volte all’addiaccio. Di conseguenza il mattino dopo la colonna riparte lasciandosi dietro decine di morti assiderati. Intanto tra quelli scampati alla notte all’aperto, ci sono nuovi congelati che non possono mantenere l’andatura della colonna, rimangono quindi attardati, proprio davanti ai partigiani della scorta che, appena si fermano, li eliminano con colpi di parabellum. Finalmente si arriva in un punto di raccolta e da qui ad una stazione ferroviaria per essere inviati ad un campo di lavoro.
I prigionieri sono considerati “nemici del popolo sovietico”, al pari dei nemici interni di classe: avendo attaccato il popolo dei contadini e degli operai, hanno compiuto un crimine anche contro la propria classe sociale, essendo per lo più truppa di estrazione proletaria. Devono quindi espiare la loro colpa e allo stesso tempo risarcire dei danni causati con il lavoro. Luciano è ormai debilitato, gravemente ammalato quindi non in grado di lavorare, ma è un soldato contadino, non è un borghese né un possidente, da un lagher-campo di lavoro non meglio identificato, dal quale transita senza essere registrato, viene mandato ad un campo-ospedale precisamente il n. 3007 a Fosforitnaja ai piedi dei monti Urali, stesso parallelo di Oslo. Gli spostamenti in treno sono disumani, come risulta dalle testimonianze dei reduci e come traspare dalla documentazione ufficiale. Luciano è caricato su un vagone bestiame, chiuso dall’esterno, privo di attrezzature, con finestrelle a fior di tetto sbarrate e piombate, ammassato in ottanta o più prigionieri là dove potrebbe trovare posto solo la metà. Stanchi, infiacchiti da settimane di marce, affamati, nessuno è in grado di resistere in piedi per tante ore. Prima qualcuno, poi tanti altri, abbandonati dalle forze, scivolano tra le gambe dei compagni, si accasciano su se stessi come sacchi vuoti, qualche volta senza nemmeno toccare il pavimento, tant’è fitta la selva dei corpi. Il treno spesso sosta giorni e giorni nelle stazioni di transito e ai prigionieri non è assolutamente permesso scendere. All’alba le teste dei bulloni che tengono strette le assi formanti il carro ferroviario, sono brinate e i prigionieri fanno a turno per leccarle e dissetarsi. Il cibo, scarsissimo, è distribuito saltuariamente, lanciato all’interno dei carri attraverso il portello aperto. Perciò anche Luciano per accaparrarsi qualcosa deve difendersi da risse e tafferugli fra i suoi compagni di sventura, per cui quasi tutto il cibo, che consiste principalmente di pane nero, finisce per insudiciarsi sul pavimento del vagone, diventato ormai un letamaio. La mancanza assoluta d’igiene scatena epidemie di tifo e dissenteria; oltre a ciò, le ferite non curate, i congelamenti arrivati alla setticemia e le polmoniti provocano la morte di molti dei suoi compagni di viaggio che sono scampati miracolosamente alle marce. I cadaveri vengono dimenticati e i vivi sono costretti a viaggiare con i morti, fino a quando i soldati di scorta non decidono di farli scaricare lungo il percorso. A scadenze imprevedibili il treno si ferma in aperta campagna, le porte dei vagoni vengono aperte e un tovarisc, con voce da cane, grida: “Skolko kaput, sivodnja? Davaj bistra” (Quanti morti oggi? Fate presto). Osservando attraverso le fessure delle assi che compongono il carro, Luciano, ormai allo stremo, riesce a cogliere quale luogo infelice può essere la sua meta! Il paesaggio è ciò che di più opprimente si può immaginare. A destra e a sinistra della strada ferrata si stende una palude in cui marcisce una quantità enorme di abeti e betulle schiantate. Alcuni tronchi abbattuti levano al cielo gli scheletri dei loro rami; qualche abete è rimasto in piedi, nudo, nero, verso il cielo grigio.

Luciano arriva il giorno 16 aprile 1943 con un convoglio trasportante prigionieri italiani ed ungheresi, in questo strano ospedale formato da cinque grandi casamenti in legno a due piani, sparsi per la collina, a 500 metri dalla stazione, dove però non ci sono medicine o almeno quelle poche esistenti non sono assolutamente sufficienti. I cadaveri vengono scaricati dai carri e gettati direttamente nelle fosse comuni appositamente predisposte accanto alla ferrovia.
“16 aprile 1943, sera. Spinelli mi ha detto che è giunto un altro convoglio di Italiani e Magiari”.
(D. Gugliemi – ATTENDIMI Diario di un medico prigioniero in Russia 1942-1946 Ed. Elpis 1982)

Luciano è ormai esanime, viene smistato nel secondo padiglione al reparto “cachessia” l’anticamera dell’al di là, adagiato su un pagliericcio posto su un’asse di legno, si trova in uno stato estremo di deperimento organico consecutivo al tifo che l’ha colpito già defedato dai viaggi e dalla dissenteria. Ha gli arti inferiori congelati, infestato dai pidocchi, ridotto ormai ad uno scheletro coperto dalla cute e dai muscoli ridotti ai minimi termini, non sta in piedi perché la muscolatura non è in grado di reggere il peso del suo corpo. Presenta una irrefrenabile diarrea, una quasi paradossale, assoluta assenza di appetito, per atrofia del tratto gastro-intestinale e a questo si aggiunge la pellagra per deficienza vitaminica complessa. Si guarda attorno atterrito e disperato in attesa della morte. La magrezza estrema, la fatale assenza di pulizia e la durezza del tavolaccio coperto da paglia sminuzzata, gli genera anche gravi piaghe da decubito. Dopo 4 giorni di agonia, Luciano muore il 20 aprile per, come si legge nei documenti ufficiali russi, distrofia degenerativa di III livello. In maniera così tragica si conclude la breve vita di un giovane contadino Buscoldese, all’età di 33 anni, in una terra straniera e lontana, così come avvenne per tanti altri giovani, combattendo per un ideale che certamente non era il loro. Viene inumato in una fossa comune assieme a militari di altre nazionalità e grazie al documento di identità che ha con sé al momento del suo arrivo al campo è stato possibile identificarlo e registrarlo.




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